Matrescenza: la metamorfosi silenziosa della maternità raccontata in un libro

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Pensavo che diventare madre avrebbe significato imparare a fare un sacco di cose nuove. Non sapevo che la cosa più difficile sarebbe stata imparare a riconoscere me stessa. Quando ho scoperto che, otto mesi dopo, dal mio corpo fattosi nido sarebbe nato un essere umano, ho fatto quello che faccio sempre davanti a ciò che non conosco: ho cercato un libro che mi spiegasse cosa stava per succedere. Ne ho cominciati tanti, non ne ho finito nessuno. Tutti raccontavano cosa sarebbe accaduto dentro al mio utero, nel mio cervello, fra i miei ormoni, mese dopo mese, fino al parto. Poi, più nulla. Tra un biberon e un rigurgito, di me non parlava nessuno. Anzi: nessun libro se lo chiedeva.

Eppure io c’ero. Mio figlio Arturo è nato l’ultimo giorno di gennaio, alle 8 e 42, dopo ore e ore di travaglio. Nelle freddissime notti di febbraio in cui mi sembrava che noi due fossimo gli unici svegli al mondo, mentre fuori dalla finestra appannata tutto era immobile sotto la nebbia spessa dell’inverno, una domanda continuava a tornare: cosa era successo alla me che mi aveva accompagnata per quarant’anni? Dove era finita? Si dice sempre che quando nasce un bambino nasce anche una madre. Ma cosa succede a una donna quando diviene madre? Guardatevi intorno: sembra non importare a nessuno.

Negli ultimi giorni prima del parto mi trascinavo in ospedale per i tracciati con un libro nella tasca del cappotto di lana viola: Questo immenso non sapere di Chandra Livia Candiani. Non parlava di gravidanza né di maternità, eppure era l’unico testo che descrivesse l’enorme trasformazione in cui ero immersa. E in quel vuoto di mappe, piano piano, è emersa un’immagine bussola. Un’immagine astronomica: la supernova.

In astronomia, una supernova è l’esplosione finale di una stella: un collasso e una rinascita insieme. Una luce così intensa da riscrivere ciò che la circonda. Una forza capace di creare gli elementi essenziali alla vita – carbonio, ossigeno, ferro – gli stessi di cui siamo fatte anche noi. Più ci pensavo, più sentivo che la maternità le somiglia: non è solo ruolo sociale, non è solo funzione biologica. È un’esplosione silenziosa, una riscrittura del corpo, del cervello, dello scorrere del tempo, dei legami, dell’identità. Da fuori si vede luce, dentro avviene un collasso. E da quel collasso nasce un cosmo nuovo, un modo diverso di abitare te stessa e il mondo.

Era esattamente quello che stavo vivendo, e non lo trovavo nei libri di gravidanza né nei discorsi pubblici. Così ho cominciato a studiarla, a studiarmi. Scavando tra psicologia, neuroscienze, poesia, filosofia, biologia, femminismo, antropologia, somatica e medicine orientali, ho scoperto che diventare madre non è il passaggio lineare che siamo soliti raccontarci: è una metamorfosi, forse la trasformazione più grande nella vita di una donna che sceglie di diventarlo, e come ogni trasformazione procede per stratificazioni, inciampi, contraddizioni, rivelazioni, ambivalenze. Non è un istante, non è un interruttore: è un divenire.

Supernova nasce da una domanda: cosa succede alla madre mentre tutti guardano solo il bambino? È il libro che avrei voluto leggere io, nelle notti in cui cercavo parole per dire chi stessi diventando. Si apre con l’esplosione: i miti che ci portiamo addosso, l’identità che si scompone e si ricompone, le parole che ancora ci mancano. Poi attraversa il quarto trimestre: il corpo dopo il parto, le reti di cura che (r)esistono nel mondo e quelle che abbiamo perso. Infine entra nella riscrittura: cosa succede al cervello, alla psiche, quanto pesano le aspettative della vita contemporanea quando diventi madre oggi.

Per chi si sente fuori fuoco, per chi si guarda allo specchio e non sa più dove sia finita, per chi è “non più qui, non ancora là” e non importa da quanto tempo sia diventata madre: questo libro è per ognuna di noi. Perché farsi madri ti divide e ti moltiplica, ti esaurisce e ti rinnova: è un universo senza leggi di gravità conosciute, una matematica che non torna. Proviamo allora a farci i conti, insieme.

Una notte, mesi dopo il parto, ho aperto il frigorifero e ho cominciato a piangere. Il neon negli occhi, mio figlio caldo e pesante in braccio, la pelle appiccicosa di latte. A me, che di parole vivo, stava succedendo qualcosa che non sapevo nominare. Sul telefono un post: «You’re not broken. You’re becoming». Non ero a pezzi, stavo diventando. Ma chi? Cosa? Era un podcast. Matrescenza, dicevano. Se non ti riconosci allo specchio, se piangi davanti al frigo, se ti manca il libretto di istruzioni per capire chi sei diventata: non sei sbagliata, non sei difettosa. Forse, sei solo in matrescenza.

L’antropologa Dana L. Raphael conia il termine matrescenza negli anni ’70 come crasi tra maternità e adolescenza, due transizioni segnate da enormi cambiamenti ormonali, corporei, psichici. Ma a nessun ragazzo chiederemmo di diventare adulto in una notte. Alle donne sì: come se bastasse il parto per “nascere” madre. E mentre sull’adolescenza si compilano studi e volumi, la matrescenza è finita nel dimenticatoio. Una premessa doverosa: la scienza studia i corpi femminili da pochissimo (solo dal 1993 gli Usa li hanno inclusi nei trial clinici), quello materno da meno ancora.

Non quello gravido (c’è un feto da proteggere), ma quello dopo essere diventata madre. Il primo studio sul cervello dal preconcepimento a 2 anni dopo il parto è del 2024 (Nature Neuroscience): le ricercatrici hanno osservato una “potatura” della materia grigia, un rimodellamento simile a quello adolescenziale, soprattutto nel Default Mode Network, l’area del sé. Una conferma dell’intuizione di Raphael: come l’adolescenza, la maternità è una stagione dello sviluppo e riscrive chi siamo, dal corpo all’identità.

Del resto, per mesi e anni dopo il parto il corpo è un cantiere: «si ricalibrano energie e funzioni, cambia il sonno, l’olfatto, la percezione di sé» mi spiega la ginecologa Chiara Gregori. Secondo The Lancet ogni anno 40 milioni di donne nel mondo sviluppano un problema di salute a lungo termine causato dal parto. Eppure i sistemi sanitari trattano il corpo materno come “corpo di passaggio”: conta finché sei incinta, dopo la cura si rarefà e, se c’è, si riduce a uno screening (insufficiente) sulla depressione post partum, come se fosse l’unica sfida per la salute mentale di una madre. E come se, passato il puerperio, tu fossi “tornata quella che eri”. Aurélie Athan (Columbia University), la più autorevole psicologa clinica sulla matrescenza, afferma l’opposto: «La durata varia tra individui, può ripresentarsi con ogni nuovo figlio, non ha una fine definitiva».

Chiamarla matrescenza e non maternità non sembri lana caprina. È dare un nome a una metamorfosi che cambia tutto e che, finora, nessuno ha indagato. Un vuoto di sguardo e linguaggio che ha cullato i miti più tenaci che strozzano noi madri contemporanee. L’ “istinto materno”, per esempio, inteso come sapere immediato: oggi sappiamo che non solo non esiste, ma paradossalmente non c’è nemmeno negli animali. Persino nei ratti, la cura emerge dal contatto col cucciolo: la gravidanza prepara il terreno ma è il “dopo” a fare la differenza.

Le neuroscienze confermano: ossitocina e circuiti dell’attaccamento si attivano per relazione e contatto. La cura non è istinto, è pratica relazionale. Oppure, il mito del sacrificio: la buona madre che si annulla, un ideale dannoso che trasforma la negazione di sé in misura dell’amore. La psicoterapeuta Stefania Andreoli lo dice senza giri di parole: il “premio” è «essere considerate delle Madonne terrene» ma «si tratta solo di doverlo fare noi, se non lo fa nessun altro».

O ancora, la maternità come esperienza solo luminosa, che ci costringe a vergognarci della sua fisiologica ambivalenza (provare amore e rabbia, gratitudine e volontà di fuga). E poi, il più sottile: la maternità con l’articolo determinativo, come forma compiuta, come esperienza uguale per tutte. La matrescenza fa detonare, di colpo, tutto questo: non c’è un’adolescenza uguale all’altra, né una matrescenza uguale all’altra. Perché divenire madri è attraversare una riscrittura totale, dal corpo al sé, diversa da donna a donna in durata, intensità, impatto.

Rivendicare la matrescenza, oggi, è un atto politico. Perché l’esperienza più intima è anche la più collettiva: fingere il contrario significa lasciare le madri sole dentro una trasformazione che, seppur fisiologica, ha bisogno di essere protetta e sostenuta per essere vissuta come esperienza di gioia e desiderio. Il suicidio è la prima causa di morte materna: ci servono reti di cura, non più selfcare. Ci servono congedi parentali obbligatori per i partner, asili nido pubblici accessibili, una sanità che guardi alla salute mentale materna a lungo termine e una cultura che smetta di raccontare la maternità come vocazione o prova di eroismo.

Se ripenso a me, di notte, davanti al frigo, avrei voluto sentirmi dire solo questo: non ero difettosa o sbagliata. Ero in matrescenza. Stavo esplodendo e ricompattandomi in una forma nuova. Proprio come una supernova.

Del corpo delle donne, delle norme e dei modelli che lo trasformano in un territorio scomodo ed estraneo da abitare, parleremo al WeWorld Festival. Ci vediamo il 16 maggio alle 15, a Milano (weworldfestivalmilano.weworld.it): con la nostra direttrice Maria Elena Viola, moderatrice del talk, ci sarà proprio Nina Gigante, la giornalista e integrative health coach autrice di Supernova. Ma anche Chiara Gregori, ginecologa e scrittrice, l’attrice Chiara Becchimanzi e Chiara Alessi, autrice di La sedia del sadico (Editori Laterza), saggio illuminante che ripercorre la storia del design e degli oggetti costruiti dagli uomini e mai pensando al corpo femminile, anche quando di quello si devono occupare. Come il lettino ginecologico. O, pensa un po’, lo speculum usato nelle visite.

Disponibile sia in versione cartacea che digitale.

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